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Il saggio e il peccatore

Piccola filocalìa in dialogo, tratta dai Padri



Un giorno, un accanito peccatore si recò da un saggio monaco a cercare pace.

 

Il saggio gli chiese:

“Qual è il tuo peccato preferito?”

 

Rispose il peccatore:

“L’ira.”

 

Riprese il saggio:

“Quanto è ingiusta…”

 

Rispose il peccatore:

“La mia furia è giustificata. La mia rabbia è pura.”

 

Riprese il saggio:

“Indossi la vendetta come un'armatura, ma questa ti stritolerà con la sua stessa tenacia. Diventerai ciò che miravi a distruggere, o distruggerai te stesso, quando ti riconoscerai anche tu colpevole.

Diceva Evagrio Pontico: un vento impetuoso non piegherà la torre, l’acqua è agitata dalla violenza dei venti come il senno dell’iracondo dai pensieri malsani.”

 

E di nuovo gli chiese:

“È ancora questo il tuo peccato preferito?”

 

Replicò il peccatore:

“No, è l’avidità.”

 

Riprese il saggio:

“Quanto è insaziabile…”

 

Rispose il peccatore:

“Voglio solo ciò che è mio di diritto, e per quale motivo non potrò avere anche ciò che è loro, ciò che è suo, e ciò che è tuo?”

 

Riprese il saggio:

“Più prendi, meno avrai. Morirai di fame circondato d'oro.

Dice il Signore: non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.”

 

E di nuovo gli chiese:

“È ancora questo il tuo peccato preferito?”

 

Replicò il peccatore:

“No, è l’invidia.”

 

Riprese il saggio:

“Quanto è velenosa…”

 

Rispose il peccatore:

“Vedo la gloria e la felicità degli altri, e desidero ardentemente averle per me.”

 

Riprese il saggio:

“Il tuo sguardo si sofferma sulla luce altrui. Col tempo, dimenticherai come accendere la tua.

Diceva Massimo il Confessore: chiunque invidia uno più forte nella virtù, è come il re Saul soffocato dallo spirito maligno, che non sopporta la fama di Davide.”

 

E di nuovo gli chiese:

“È ancora questo il tuo peccato preferito?”

 

Replicò il peccatore:

“No, è la lussuria.”

 

Riprese il saggio:

“Quanto è debolezza…”

 

Rispose il peccatore:

“Desidero ardentemente il tatto, e il sentirmi di nuovo vivo”

 

Riprese il saggio:

“Cerchi affetto in un fuoco fugace. Ti brucerai vivo, e morirai di freddo.

Diceva Marco, l’Asceta: chi ama il piacere si rattrista per i rimproveri e i patimenti; chi invece ama Dio si rattrista per le lodi e per i guadagni.”

 

E di nuovo gli chiese:

“È ancora questo il tuo peccato preferito?”

 

Replicò il peccatore:

“No, è la pigrizia.”

 

Riprese il saggio:

“Quanto sembra riposante…”

 

Rispose il peccatore:

“Il mondo si muove troppo velocemente. Desidero ardentemente la quiete e non voglio prendere parte alla sua frenesia.”

 

Riprese il saggio:

“L’apatia farà marcire la tua volontà. Anche l'anima ha bisogno di movimento, o appassirà sul posto.

Diceva il grande Macario: l’anima che si lascia prendere dall’accidia è invasa dall’incredulità, e per questo trascorre il giorno senza accogliere la Parola. Spesso si eccita con sogni senza comprendere la guerra interiore, poiché presa dalla presunzione. Ma la presunzione è una ferita dell’anima, che non le permette di riconoscere la propria debolezza.”

 

E di nuovo gli chiese:

“È ancora questo il tuo peccato preferito?”

 

Replicò il peccatore:

“No, è la gola.”

 

Riprese il saggio:

“Quanto appare deliziosa…”

 

Rispose il peccatore:

“Questo mondo mi ha preparato un banchetto immenso, e sarei sciocco a non parteciparvi.”

 

Riprese il saggio:

“E quando le grasse carni scarseggeranno, brandirai le tue zanne contro il tuo prossimo, come la bestia che sarai diventato.

Diceva Talassio di Libia: l'Egitto spirituale è l’oscuramento delle passioni; nessuno vi si reca, se non incappa nella carestia.”

 

E di nuovo gli chiese:

“È ancora questo il tuo peccato preferito?”

 

Replicò il peccatore:

“No, è l’orgoglio.”

 

Riprese il saggio:

“Quanto ti senti nobile!”

 

Rispose il peccatore:

“Ho costruito me stesso, scolpendomi nella pietra. Non mi inchinerò a nessuno.”

 

Riprese il saggio:

“Anche le statue si rompono, e quando cadrai, per il tuo peso nessuno vorrà rialzarti.

Diceva Giovanni Climaco: dall’ubbidienza viene l’umiltà; dall’umiltà, il discernimento; dal discernimento, la chiaroveggenza; dalla chiaroveggenza, la preveggenza.

Ma il punto di partenza è la sottomissione a Cristo.”

 
 
 

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