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Intelligenza artificiale e vera Sapienza

L’intelligenza artificiale è figlia di una genialità umana più innamorata del conoscere, che dell’oggetto della conoscenza? Abbiamo perso di vista la differenza tra “sapere” e “Sapienza”?

 


Non sprecherò tempo ed energie a tessere le lodi di quanto sia formidabile l’intelligenza artificiale, di come sia capace di produrre testi in poesia e prosa, resoconti articolati, riassunti precisi e perfino opere multimediali come immagini e video con una semplicità disarmante. Ormai sono cose che sappiamo bene e che vediamo tutti i giorni.


Il punto è: verso cosa stiamo correndo?


La passione per Marte di Elon Musk, uno dei “profeti” dell’intelligenza artificiale e del potenziamento umano per via cibernetica – vedi progetto Neuralink e il robot umanoide Optimus di Tesla – ci farà volare verso un paradiso interplanetario automatizzato, oppure cadere come Icaro che, preso dall’entusiasmo del progresso, con le sue ali di cera volò troppo vicino al sole, immemore dei suoi limiti e del suo posto nell’universo?


Sia chiaro: il progresso scientifico è foriero di inestimabile valore per il genere umano, motivo per cui la cristianità, ed in particolare la Chiesa Cattolica, ne ha sempre favorito lo sviluppo, checché se ne dica in certe narrative neo-ateistiche, ormai imbolsite: fondò università, ospedali, e donò al mondo luminari come Georges Lemaître, ideatore della teoria del Big Bang, Gregor Mendel, padre della genetica, e Lazzaro Spallanzani, ricercatore di eccezionale rilievo nell’ambito della biologia, per citarne solo alcuni.


Il mio non sarà, quindi, un irrazionale anelito fideistico-fatalista.


Non è nemmeno mia intenzione discettare di “algor-etica”, ovvero di come comportarsi nell’uso di ChatGPT e simili: voglio piuttosto capire se l’uomo stia correndo o meno il rischio di scambiare la conoscenza, cioè l’esercizio, il processo di coltivare il sapere, con la Sapienza con la “S” maiuscola, cioè l’oggetto degli sforzi intellettuali dell’uomo.


“Non l’abbondanza del sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente”, diceva Sant’Ignazio di Loyola.


Sentire e gustare: due funzioni del corpo per saziare l’anima. Coltivare il rapporto con la Vera Sapienza ha un che di umano, di sensoriale, di esperienziale, di organico. È frutto di una relazione human-to-human e anche, per così dire, human-to-God.


Inoltre, non ignoreremo i moniti sugli eccessi intellettuali, pena soccombere al rumore di troppe informazioni, non riuscendo più a discernere tra di esse: “certo hai trovato il miele, se hai trovato la sapienza. Soltanto non mangiarne troppo, perché non abbia a rigettarlo dopo esserti saziato” (San Bernardo, “De diversis”).


Ci salverà dunque il mero accumulo di informazioni, con le quali alimentare un robo-Dio al nostro servizio, oppure l’incontro con la Sapienza, cioè con il Logos, la seconda persona della Santissima Trinità?


Apparentemente, non potrebbero esserci scelte più divergenti. Eppure, i drammi della società moderna dimostrano con sempre maggior frequenza che rinunciare alla fede comporta, inevitabilmente, perdere poi anche la ragione.


La dimensione soprannaturale è una premessa che, per il progresso umano, non può essere ignorata: “la santa scienza è lo splendore dell’anima: privato di essa, l’insensato cammina nelle tenebre”, affermava Talassio l’Africano, uno dei Padri del deserto.


Ci sono diversi passi dell’Antico Testamento che vanno riscoperti, per accorgersi del loro valore profetico sui tempi attuali. In particolare, a questo proposito, il Libro della Sapienza:

 

“Mi conceda Dio di parlare secondo conoscenza

e di pensare in modo degno dei doni ricevuti,

perché Egli è guida della sapienza

e i saggi ricevono da lui orientamento. […]

Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose,

per comprendere la struttura del mondo

e la forza degli elementi,

il principio, la fine e il mezzo dei tempi,

l’alternarsi dei solstizi e il susseguirsi delle stagioni,

il ciclo degli anni e la posizione degli astri,

la natura degli animali e l’istinto delle fiere,

i poteri degli spiriti e i ragionamenti degli uomini,

la varietà delle piante e le proprietà delle radici.”

 

Questo indirizzo enciclopedico, contenuto in un testo sacro, sorprende per come coincida con le finalità dell’intelligenza artificiale: mettere in tasca a tutti, a portata di mano, l’intero thesaurus di conoscenza collettiva del genere umano. Poter sapere ogni cosa, su qualsiasi argomento.


Questo dono viene solo dagli uomini, o anche da Dio?


Chiaramente, l’uomo è il fautore materiale di quella meraviglia dell’ingegno che è l’intelligenza artificiale, ma non ne è la causa primitiva e assoluta: così come le vite salvate dai chirurghi trovano la loro causa sia nell’abilità di costoro, sia nelle conoscenze che sono state trasmesse loro da altri, così l’uomo è stato in grado di creare l’intelligenza artificiale grazie all’intelligenza naturale, che da Dio gli è stata a sua volta donata.

 

Ciò va riconosciuto per motivi di onestà intellettuale, perché come dice Sant’Atanasio, nel suo Discorso contro gli Ariani, le tracce di Dio si ritrovano nelle cose create:


“Poiché in noi e in tutte le altre cose create si trova l’immagine creata della Sapienza,

a ragione la vera e operante Sapienza, attribuendo a sé stessa ciò che è proprio della sua natura, dice:

Il Signore mi ha creata nelle sue opere (Pro 8,22).

In questo il Signore rivendica a sé, come cosa sua propria, tutto ciò che la nostra sapienza dice di essere e di avere”.

 

Da questo deriva che l’oggetto del sapere non può essere fine a sé stesso, ma deve avere in Dio il suo obiettivo. Sant’Atanasio prosegue infatti dicendo:


“Ora la ragione per cui nelle cose create vi è lo stampo della sapienza

è perché il mondo conoscesse il Padre. […]

Il passo dei Proverbi, riportato sopra, non va inteso del Verbo creatore,

quasi fosse una creatura, ma della sapienza che risiede in noi.

Essa c’è veramente, e quindi giustamente se ne afferma l’esistenza creata in noi. […]

Anche l’Ecclesiaste dice: la sapienza dell’uomo ne rischiara il volto (Qo 8, 1). […]

Effettivamente nelle cose create vi è la sapienza. Lo attesta il Siracide con le seguenti parole:

Egli l’ha diffusa su tutte le sue opere, su ogni mortale secondo la sua generosità l’ha elargita a quanti lo amano (Sir 1, 7-8). […]

Quella che è stata creata è la sapienza che è nelle realtà del nostro universo.

Per questa sapienza i cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento (Sal 18).

L’altra Sapienza, invece, non è creata, ma creatrice”.

 

Le caratteristiche di questa Sapienza creatrice le troviamo tornando al libro precedente, il quale afferma:


“In essa c’è uno spirito intelligente,

santo, unico, molteplice, sottile,

mobile, penetrante, senza macchia,

terso, inoffensivo, amante del bene, acuto,

libero, benefico, amico dell’uomo,

stabile, sicuro, senz’affanni,

onnipotente, onniveggente

e che pervade tutti gli spiriti

intelligenti, puri, sottilissimi” (Sap 7).

 

Coerentemente, il profeta Baruc attribuisce alla Sapienza un giusto valore salvifico, implicando un assioma filosofico sintetizzabile come “vero = buono”:


“Perché ti contamini con i cadaveri

e sei annoverato fra coloro che scendono negli inferi?

Tu hai abbandonato la fonte della sapienza!

Se tu avessi camminato nei sentieri di Dio,

saresti vissuto sempre in pace.

Impara dov’è la prudenza, dov’è la forza,

dov’è l’intelligenza,

per comprendere anche dov’è la longevità e la vita,

dov’è la luce degli occhi e la pace. […]

Chi è salito al cielo per prenderla

e farla scendere dalle nubi?

Chi ha attraversato il mare e l’ha trovata

e l’ha comprata a prezzo d’oro puro?

Nessuno conosce la sua via,

nessuno pensa al suo sentiero.

Ma colui che sa tutto, la conosce

e l’ha scrutata con l’intelligenza. […]

Egli è il nostro Dio

e nessun altro può essergli paragonato.

Egli ha scrutato tutta la via della sapienza

e ne ha fatto dono a Giacobbe suo servo,

a Israele suo diletto.

Per questo è apparsa sulla terra

e ha vissuto fra gli uomini.

Essa è il libro dei decreti di Dio,

è la legge che sussiste nei secoli;

quanti si attengono ad essa avranno la vita,

quanti l’abbandonano moriranno.

Ritorna, Giacobbe, e accoglila,

cammina allo splendore della sua luce”.

 

Baruc scrive come se avesse visto quello che sarebbe successo secoli dopo, parlando dell’apparizione della Sapienza sulla terra, per vivere tra gli uomini.


Come questo rapporto sapienza-Sapienza si incarni nell’incontro human-to-human/human-to-God, cui accennavo in apertura, è ben descritto nei Discorsi di san Pietro Crisologo, nei quali è trattato il tema giovanneo del Verbo, Sapienza di Dio, fattosi carne:


“Il beato Apostolo ci ha fatto sapere che due uomini hanno dato principio al genere umano, cioè Adamo e Cristo. Due uomini uguali riguardo al corpo, ma diversi per merito. Somigliantissimi nelle membra, ma quanto mai diversi per la loro stessa origine: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita (1 Cor 15, 45).


Quel primo fu creato da quest’ultimo, dal quale ricevette l’anima per vivere. Questi si è fatto da sé stesso, perché è tale che non potrebbe aspettare la vita da un altro, egli che è il solo a dare a tutti la vita. Quello fu plasmato da vilissimo fango, questo viene al mondo dal grembo nobilissimo della Vergine. In quello la terra fu trasformata in carne, in questo la carne viene elevata fino a Dio.


E che più? Questo è il secondo Adamo che plasmò il primo e gli impresse la propria immagine. […]

C’è un primo Adamo e c’è un ultimo Adamo. Il primo ha un principio, e l’ultimo non ha fine. […]


Rinati ormai a somiglianza di nostro Signore e adottati da Dio come figli, portiamola tutta l’immagine del nostro Autore, portiamola con totale somiglianza, non nella maestà che a Lui solo compete, ma in quella innocenza, semplicità, mitezza, pazienza, umiltà, misericordia, pace, con cui si è degnato di diventare come noi ed essere a noi simile”.

 

In quest’ottica è quindi ora ben comprensibile il dilemma insito nella domanda fatta prima: verso cosa stiamo correndo?


Cioè: vogliamo andare verso una realtà in cui diventiamo cyborg, sempre connessi a e dipendenti da un’intelligenza ontologicamente inferiore – in quanto creata da noi – oppure sarà il caso di ricordarci che la nostra dignità e la nostra meta finale è quella di essere riconnessi a quell’intelligenza ontologicamente superiore, a quella Sapienza, dalla quale noi siamo stati creati?

 

Pertanto, sarà meglio per noi scegliere attentamente quale antropologia coltivare, seguendo il consiglio che un sapiente come Salomone ci ha lasciato, nel celebre libro dei Proverbi:


“Confida nel Signore con tutto il cuore,

e non appoggiarti sulla tua intelligenza;

in tutti i tuoi passi pensa a lui

ed egli appianerà i tuoi sentieri.

Non credere di essere saggio,

temi il Signore e sta’ lontano dal male. […]

Onora il Signore con i tuoi averi

e con le primizie di tutti i tuoi raccolti;

i tuoi granai si riempiranno di grano

e i tuoi tini traboccheranno di mosto.

Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore

e non aver a noia la sua esortazione,

perché il Signore corregge chi ama,

come un padre il figlio prediletto.

Beato l’uomo che ha trovato la sapienza

e il mortale che ha acquistato la prudenza,

perché il suo possesso

è preferibile a quello dell’argento

e il suo provento a quello dell’oro. […]

È un albero di vita per chi ad essa si attiene

e chi ad essa si stringe è beato.

Il Signore ha fondato la terra con la sapienza,

ha consolidato i cieli con intelligenza;

dalla sua scienza sono stati aperti gli abissi

e le nubi stillano rugiada”.

 
 
 

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